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sabato 1 febbraio 2014

L'ACCADEMIA DEL TEMPO LIBERO DI REGGIO CALABRIA E LO SHOWMAN GENNARO CALABRESE

SI CHIAMA GENNARO : DI MAMMA REGGINA E PAPA' NAPOLETANO, MA CALABRESE DI COGNOME...CHISSA' ALLE ORIGINI...
Un trentasettenne la cui fama si condensa in una sola frase : "l'imitatore non è limitato". Parliamo di Gennaro Calabrese lo "showman" veramente non limitato e, perché si possa capire bene ciò che scrivo, desidero spiegare il significato di questa parola anglosassone e americana, SHOWMAN : è un'espressione in lingua inglese che può avere un ampio ventaglio di significati, a seconda del contesto. Gli showmen ambulanti sono persone che organizzano e conducono sagre. Nel passato, il vocabolo è stato usato anche per designare chi si occupava di esibizioni di "scherzi della natura", spettacoli circensi principali e secondari e compagnie di teatro ambulanti. Può anche essere un termine superlativo o elogiativo, talvolta utilizzato anche come una sorta di titolo onorifico, come nel caso del documentario Harry Saltzman: Showman.
Ma negli Stati Uniti d'America, sono showmen anche i ballerini ed i performance artists negli spettacoli, di solito accompagnati da showgirls come nel caso di Gene Kelly in Cantando sotto la pioggia. Nel caso della serata all'ACCADEMIA DEL TEMPO LIBERO di Reggio Calabria il centro dell'attrazione, l'uomo spettacolo, è stato appunto il nostro reggino Gennaro coadiuvato dalle due bellissime ballerine e coreografe romane Licia Cristi e Valeria Palmaci. Gennaro Calabrese, per quanto si è visto, questa sera 1 febbraio 2014, all'Auditorium "Cipresseto Zanotti Bianco, è un artista formidabile, preparato e da mille sfaccettature : le miriadi di voci di personaggi noti che riesce a imitare, aiutandosi con testi e particolari mimiche da lui stesso scritti e forgiate, le mimiche, da provocare l'applauso continuo delle platee verso le quali esibisce le sue performance. Grazie ACCADEMIA per averci deliziato con questo artista che, sicuramente, è in viaggio verso la strada giusta per un grande successo internazionale.

Salvatore Marrari  RC  1 febbraio 2014
ALLA FINE DELLA PAGINA, DOPO LE FOTO, C'E' IL VIDEO
































martedì 6 agosto 2013

POMERIGGI D'AMICIZIA...AL FRESCO...TRA I PINI

POMERIGGI D'AMICIZIA...AL FRESCO...TRA I PINI



L'estate batte i suoi "sbuffi" di...caldo, esattamente come una campana stonata rintocca e batte alle tempie di chi, malvolentieri, ascolta, un sonoro beffardo non cònsono alla tradizionale "squilla" attaccata ai campanili del Veneto o del Trentino, tra le desiderate frescure delle verdi valli di quei monti ancora con qualche riga di stantia neve. Queste ultime frasi esprimono il nostro desiderio che invoca inutilmente una pausa di respiro mentre siamo immersi in una pozza di sudore che l'afa di questo immondo scirocco africano tira, facendolo trasudare, dalle nostre carni. Mi domandavo se in Paradiso, quello promesso da Nostro Signore, si soffre per il caldo o per il freddo, la logica umana mi dice che il calore trovasi all'inferno tra gli "avelli di fuoco". Pensare allo spazio e al fresco che potremmo trovare nell'aldilà dei "buoni" forse e prematuro parlarne, ma guadagnarsi un paradiso in terra e in città non è molto difficile, basta trovare il giusto angolo e le giuste persone per una chiacchierata pomeridiana sotto una coltre di pini e tutto è risolto. Il sito, come mostra la foto, lo abbiamo trovato, gli amici anche, la lettura e la buona amicizia non ci mancano e il passaggio alla sera più fresca e più riposante è assicurato. Tra i campi di gioco del Circolo Tennis Rocco Polimeni di Reggio Calabria, tre amici, hanno trovato un tranquillo e fresco angolo dove poter pacatamente chiacchierare, vivere la cultura, la politica e, principalmente, rivivere con i ricordi del passato. Antonio, il maggiore in età tra di noi, è un ex professore di istituto superiore, ex allenatore di calcio e grande intenditore di questo sport a cui ha dedicato, negli anni 50/60, la sua passione per scoprire talenti che saltavano in piazza Sant'Agostino e in tanti altri siti di rioni e paesini intorno alla città. Giacomo, il nostro lettore ufficiale, economista laureato ed ex dipendente del compartimento FF.SS. di Reggio calabria, esperto di informatica e di politica, ha il compito (una sua scelta) di portare nelle nostre giornaliere riunioni copie di giornali con attualità politico-culturali i cui articoli sono redatti da attuali grandi firme o anche da emergenti sconosciuti, ma apprezzatissimi scrittori. Salvatore, io, ex tecnico nel campo delle costruzioni ed ex dipendente di Poste e Telecomunicazioni, esperto di fotografia, cinematografia, collezionista di vecchie musiche e canzoni dei secoli '800/'900, cultore di bibliografia protestante e storia del cristianesimo. Gli argomenti, come si potrà constatare, non ci mancano e, avendo superato tutti noi i settantanni, non abbiamo che da mettere sul tavolo i magazzini e gli arsenali dei nostri ricordi. Gli anziani, noi, vivono sopratutto delle realtà passate, quando poi il legame di amicizia e di affetto è grande, nulla è più dolce dei loro, i nostri, giornalieri incontri. Priorità, nei nostri dialoghi hanno i trascorsi della città, quando Reggio era un "bocciolo", pulita, ordinata, i cittadini erano meritevoli di essere chiamati tali e l'amore reciproco e l'ospitalità erano un fatto di cultura tramandato, forse, dalla discendenza magno-greca che ci onora ancora per l'aver dato il nome all'Italia, noi abitanti della "terra dei vitelli". Ricordiamo ben volentiri i tempi quando "Berta filava" (qui parliamo di Berta, quella che fila nel noto detto popolare, che ancora oggi pronunciamo per alludere ad un passato che si perde nella notte dei tempi), il passato della nostra infanzia conzumatasi in un dopoguerra catastrofico che però ci ha aiutati grandemente a confermarci uomini provati, ma capaci di superare le più nere sventure col sorriso in bocca, nulla è più formativo delle sofferenze, ciò sia monito ai giovani che hanno tutto a portata di mano con papà e mamma che pagano i loro vizi. Ma nei nostri discorsi, sfogliando le belle pagine reggine, non si può fare a meno di ricordare i nostri due poeti maggiori dell'800 : Don Matteo Paviglianiti e Nicola Giunta, il primo barbiere che fece del dialetto la sua lingua madre, il secondo baritono del melodramma, poeta e scrittore. I due furono amici per la pelle e Don Matteo, ventunanni più vecchio di "Nicolazzu"(con questo appellativo chiamava l'amico Nicola), fu anche il suo maestro nell'arte del vernacolo che, personalmente, preferisco definire dialetto; sappiamo del poeta Paviglianiti essere stato un mecenate che raccoglieva nel salotto di vimini del suo salone di Via Aspromonte 10, aiutandoli, molti giovani e ragazzi reggini che si affermarono nell'arte dello scrivere, proprio con il suo aiuto, a volte anche finanziario : i cugini professori Domenico e Peppino De Stefano, Franco Saccà, Gaetano Cingari, Domenico Martino, Giuseppe Morabito, Nicola Giunta (al suo rientro da Napoli). Discutiamo, sotto la frescura dei Pini "circoliani", proprio delle strofe che il vate reggino scriveva sotto l'ìinflusso di una inesauribile vena poetica, pacato, non altezzoso, modesto e osservatore di uomini e natura, legato a un Dio non frequentato, ma presente in ogni suo modestissimo verso.
Amici, si ‘sti versi fannu pena,
pirchì non hannu tutt’a  so'struttura,                                 
su’ nati nto mumentu ch’era in lena
‘i ‘nu ciriveddhu ch’è senza curtura....
..............................................................
...Rramingu vai pì strati ‘u verbu amari,
chi Cristu seminau cu’ gran duluri,
ma tutt’a sciarra è sulu pi’ dinari,
pi’ cui Giuda vindiu nostru Signuri.

Di Nicola Giunta, che dire, di lui ne han parlato tutti, a suo nome sono stati organizzati caffé letterari e, noi tre amici, discutiamo sicuramente più del suo carattere altezzoso, ingiurioso nei riguardi del suo popolo e concittadini tutti, del suo modo plateale di approcciarsi alla gente del suo tempo con giacca, cravatta, cappello tipo borsalino dalle cui falde fuorisciva una grande massa di capelli bianchi. Nel suo cervello attento balenavano grandi idee di progetti che trasmettevano ai suoi occhi una estrema vivacità. Niente e nessuno gli andava bene; lo si sentiva, da sotto le finestre di uno stabile a due piani attiguo al Ponte Calopinace, fare gli esercizi di canto con la sua voce da baritono, quasi a voler dimostrare che viveva in una città da melodramma e lui ne era il maggiore interprete, ma non ha potuto vedere la città attuale da dramma che si è spogliata del prefisso "melo" e,  sicuramente, questi suoi versi dimostrano la grande sua intuizione.

« Chistu è u paisi aundi si perdi tuttu,
 aundi i fissa sunnu megghiu i tia,
 u paisi i m'incrisciu e mi 'ndi futtu
 ed ogni cosa esti fissaria. »

.............. 
'Nta 'stu paisi 'nc'esti sulu 'a piria, 
'a strufuttenza fissa, a 'grandi bboria; 
n'ta 'stu paisi cunta sulu a 'mbiria, 
pirciò non sunnu tutti chi cicoria...
 
Erba nana ed amara, erba pirduta: 
senza mâ provi, 'a ggiùrichi â viruta; 
e cca, sarbu a cacchirunu ll'affritti, 
su' tutti storti ammanicati ddritti!
 ..............
Ma a lui, Matteo Paviglianiti, dedica due righe scritte a penna e con la massima benevo-lenza, sulla prima pagina della sua prima pubblicazione "U SPECCHIU DA VITA : "A Nicola Giunta, anima vulcanica, ma fresca come l'acqua di fonte ". Questa copia personallizzata e copia di un'altra pubblicazione, LACRIMI, furono portate alla biblioteca comunale proprio dal Giunta che, nel frattempo, era stato nominato direttore dell'Ente. Tanti altri personaggi sono l'oggetto delle nostre discussioni che ci hanno sempre e comunque trascinati nei ricordi del passato; vorrei portare l'attenzione sulla nostra natura in quanto uomini, certamente, ma anche e soprattutto in quanto uomini inseriti in un contesto di uomini : la vita sociale in comune su di un territorio, una nazione, per intenderci, un contesto che gli esperti chiamano antropologia.
Questa percezione, sicuramente, non va sottovalutata e alcuni atteggiamenti, dall’esterno, possono apparire desueti, vecchi, scaduti, ma per chi li vive assumono un’importanza fondamentale, cruciale in certe fasi dell’esistenza. Vi siete mai innamorati di un portachiavi ? O di un soprammobile di pessimo gusto, ricordo della vacanza più bella della vostra vita ? Agli occhi dei più è un semplice monile, ma per chi, come un tesoro lo conserva, assume il sapore di momenti, emozioni e sorrisi o lacrime che nessuno potrà mai trasmettere a parole. Siamo conservatori, chi più e chi meno, e nessuno si può esimere dicendo di non esserlo. Sostanzialmente tutti viviamo di ricordi, un posto, un sasso, una parola, un vagito, una musichetta, una canzone, ci trasformano svegliandoci dall'oblio e facendoci sognare il nostro trascorso che mai più ritornerà. Ora, noi tre amici, ci accorgiamo che si è fatto tardi,
usciamo sulla strada maestra, ci salutiamo non dimenticandoci del prossimo appuntamento dell'indomani, saliamo in macchina sicuri che il domani è un altro giorno.

Salvatore Marrari   RC.  3 agosto 2013

martedì 23 luglio 2013

REGGIO CALABRIA - CIRCOLO TENNIS ROCCO POLIMENI - L'OPERA DEI PUPI

Al circolo del Tennis Rocco Polimeni di Reggio Calabria, ieri sera 22 luglio 2013, è stata ricordata l'attività, ormai storica, dello spettacolo mini-teatrale dell'OPERA DEI PUPI e dei pupari da parte dell'ing. G. Papalia. La piccola manifestazione, per la quale non intendo esprimere alcun giudizio, mi ha fatto ricordare qualcosa di più solido e più spettacolare che si svolgeva, saltuariamente, nella nostra città un po' alla Villa Comunale Umberto Primo, un po' nelle baracche dei rioni minimi ed in ultimo, fine anni '50, in un teatro stabile baraccato (ex deposito di legnami Placanica) quasi alle spalle della nota Piazza Carmine, in Via Agamennone Spanò, incrocio angolo Via Cimino, il teatro dei pupi e le loro gesta epiche al tempo dei crociati : " L'OPIRA RI PUPI "
Questa l'espressione dialettale reggina che raggruppa tutti i teatri del genere nella persona di Natale Meli, comunemente DON NATALI, l'uomo che seppe inculcare agli abitanti di Reggio Calabria, a quelli poveri di cultura specifica, il poema, di Torquato Tasso, La Gerusalemme Liberata : "Le donne, i cavalier, l'arme, gli amori, le cortesie, l'audaci imprese io canto, che furo al tempo che passaro i Mori d'Africa il mare, e in Francia nocquer tanto, seguendo l'ire e i giovenil furori d'Agramante lor re, che si diè vanto di vendicar la morte di Troiano sopra re Carlo imperator romano. Dirò d'Orlando in un medesmo tratto....."
Lo spettacolo prettamente siciliano creato dai pupari, specialisti nel raccontare, con l'enfasi di grandi cronisti, le epiche gesta di cavalieri e guerrieri, tirando le corde che muovevano gli artistici PUPI, a loro volta, costruiti e piallati da veri scultori del legno. Tra pupari e scultori si erano create vere scuole di storie cavalleresche, di scultura lignea (artigianato di "testazzi e armaturi") e di sartoria per gli abiti che i guerrieri crociati e maomettani avrebbero indossato sulle piccole scene. Qualcuno considerò questo spettacolo solo un banale teatro di marionette, ma non fu così perché, L'OPIRA RI PUPI, dalla Sicilia si sparse per tutto il mondo con i più grandi pupari della storia che arrivarono anche, da emigranti, sulle coste dell'America a fine '800.
A cavallo dei secoli 800 e 900 furono molto noti e a noi vicini i messinesi Giovanni Bruno, detto “l’arginteri” forse per la sua primaria attività di indoratore, che teneva gli spettacoli vicino al cimitero, facendosi aiutare dalla figlia Caterina, trasferitosi molto più tardi a Reggio Calabria col puparo Natale Meli, e Don Peppino Grasso, figlio di Don Giovanni, che lavorò in stretto legame con il cartellonista Francesco Vasta e lo scultore di teste Paolo Marino. Dopo il terremoto del 1908 i pochi pupari messinesi sopravvissuti ripresero faticosamente la propria attività, tanto più apprezzata in una città che, attraverso la formicolante vita in baracca, cercava di ricostituire una identità fortemente messa a repentaglio dal sisma. Tra essi occorre ricordare almeno Pietro Morasca soprannominato “u ‘Ccenniraru” per il lavoro di venditore di fiammiferi che si faceva aiutare dal figlio Alessandro. Costui divenne poi assai famoso come puparo, finendo col mitizzarsi ed entrando nell’immaginario collettivo dei messinesi (Don Lisciandru); egli operava in un locale di via Palermo che nel giro di trent’anni si trasformò dapprima in sala cinematografica (Cinema Garibaldi) e successivamente in salone teatro (Teatro Romolo Valli).
Prima del terremoto, dunque, Peppino Meli, catanese d’origine ma messinese d’adozione, aveva divulgato lo spettacolo dei pupi a Reggio e in altri centri calabresi. Dopo circa vent'anni dalla sua morte (1908), il figlio Natale ne continuò l’attività fino all'inizio degli anni '60, facendo spola per alcuni decenni tra le due sponde dello stretto e proponendo spettacoli all’utenza di entrambe le regioni. Però fece la sua stabile abitazione e ultima dimora a Reggio Calabria, nel 1933, in Via Gaspare Del Fosso, prima dell'imbocco di Via Frà Gesualdo Melacrinò, strada che sfocia in Piazza Sant'Agostino; sposò una donna reggina da cui ebbe una miriade di figli, il maggiore Pippo(don Pippu 'u pitturi) non volle continuare l'attività paterna e preferì fare l'operaio, imbianchino e decoratore in proprio, anche lui con tanti figli da mantenere e lanciati, in tenera età, a decorare case e appartamenti (fece dimora fissa in Via XXI Agosto angolo Via Paolo Pellicano). Perché ho nominato il figlio Pippo ? Perché quando l'attività di DON NATALI come puparo non rendeva più, erano gli anni '50, con gli ultimi soldi a disposizione e con debiti, acquistò tre "PIANINI" su ruote, con carica musicale a manovella e relativi canzonieri da distribuire a pagamento per le strade di Reggio, attività svolta prevalentemente sul Corso Garibaldi, qui il figlio, appunto, Don Pippo, data la scarsità di muri da dipingere, spingeva qualcuno di questi strumenti musicali ambulanti per guadagnarsi  la sua buona giornata. Questà attività rendeva più di qualche spicciolo quando la musica era quella di vecchie canzoni napoletane, per cui Don Natale diventò anche noleggiatore di quegli infernali strumenti che suonavano anche " nta cuntrura " nei mesi estivi. Gli anni passavano tristi per l'ormai vecchio puparo che stanco e sopraffato da una grossa ernia ai testicoli non poteva più salire in bicicletta per girare tra le strade cittadine ed era costretto a subire le risatine di immondi ragazzini che aspettavano proprio di vederlo sistemare " a vaddhira" sul sellino prima di sedersi e partire a pedale; proprio quei giovincelli figli di quei figli di P...che intimavano, nella baracca teatro vicino Piazza carmine, all'operatore dei Paladini, di "scalare" sui numeri pronunziati dei morti ammazzati o delle scorte preparate per Angelica. Personalmente ricordo questi episodi di esagerazione per aver assistito ad uno dei suoi spettacoli nel dopoguerra, davanti ad un improvvisato palco alle spalle della scuola elementare E. De Amicis, davanti al cancello centrale della vecchia Fiera Internazionale Agrumaria che poi divenne "mercati generali ortofrutticoli". Quella sera le battaglie e le legnate erano particolarmente cruente e "Don Natali" si dava da fare per attirare l'attenzione dei pochi spettatori, quasi tutti ragazzini come me, che viveno e ripetevano le azioni di Orlando e Rinaldo prima che il puparo le attuasse, sapevano tutto a memoria. "E Orlandu, cu' 'nu corpu di Durlindana(la sua personale spada), ammazzàu centu guerrieri"....e un coro unanime : "Scala Don Natali"...."cinquanta guerrieri"..."scala Don Natali"...."vinticincu guerrieri"...scala Don Natali"..."deci guerrieri"...."scala Don Natali"...."cincu guerrieri"..."scala Don Natali"..."ALLURA ORLANDU, CU' 'NU CORPU DI DURLINDANA, AMMAZZAU A TUTTI VUI FIGGHI 'I BUTTANA !". Quando, invece, se ne usciva con gli uomini armati che facevano da scorta ad Angelica, il discorso non cambiava : " Centu òmini accumpagnavanu Angelica"....e il coro dei ragazzini : "Scala Don Natali"..."cinquanta"..."scala Don Natali"... "vinticincu"..."scala Don Natali"...."deci"..."scala Don Natali..."cincu"..."scala Don Natali"..."un sulu guerrieru"..."scala Don Natali"...."A 'STU PUNTU NENTI SCORTA...PIRCHI I VOSTRI MAMMI NESCINU SULI NTE VINEDDHI PI' FARI 'I BUTTANI ".
Questa storia di Pupi e Pupari ha aperto in me la saracinesca del magazzino dei ricordi. Tutte le cose erano insieme e informi, poi venne la "Mente" e le dispose in ordine. Perciò a chi riesce a pensare l'ordine, ma non lo dispone, dico che: "Pensare, è un'arte che s’impara come tutte le altre e anche con maggiore difficoltà". La vita stessa è in ordine,  dalla nascita, alla crescita, alla morte. C'è un tempo per vivere e un tempo per morire (Bibbia, Ecclesiaste), ma è proprio in quest'ordine che si conservano i ricordi.

Salvatore Marrari, Reggio Calabria 23 luglio 2013

























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