Questo blog nasce perché m'è venuta voglia di scrivere,lo faccio nel rispetto delle leggi e dei regolamenti che mi sono stati prospettati.Non ho alcuna ambizione perché non sono nessuno anzi,in termini pirandelliani, mi definisco : UNO, NESSUNO, CENTOMILA .
giovedì 20 settembre 2012
REGGIO CALABRIA - VIA CESARE BATTISTI
MA CHE COLPA ABBIAMO NOI SE IL COMUNE DI REGGIO CALABRIA NON FUNZIONA ?
REGGIO CALABRIA - VIA CESARE BATTISTI
Quì non si vuole riesumare dalle patrie galere la personalità del Cesare Battisti classe 1954, ma mettere in evidenza l'importante strada reggina che, dagli ex mercati generali, scende verso il Corso Giuseppe Garibaldi, dedicata al Cesare Battisti nato a Trento il 4 febbraio 1875 e morto nella stessa città il 12 luglio 1916. E' stato un patriota, giornalista, geografo, politico socialista e irredentista italiano. Diresse giornali nella Trento asburgica e fu deputato al Parlamento di Vienna. Allo scoppio della grande guerra combatté per la parte italiana. Catturato dai Kaiserjäger tirolesi (dall'ufficiale Bruno Franceschini), fu processato e impiccato per alto tradimento, in quanto deputato austriaco, insieme a Guglielmo Oberdan, Fabio Filzi e Nazario Sauro. E' considerato tra le più importanti figure della causa dell'irredentismo italiano ed eroe nazionale.
Caso vuole che altro personaggio storico e letterato di somma qualità sia in questa medesima strada rappresentato da una scuola elementare che porta il suo nome, tra le più antiche di Reggio Calabria, Edmondo De Amicis (Oneglia, 31 ottobre 1846 – Bordighera, 11 marzo 1908). E' stato uno scrittore e pedagogo italiano, conosciuto per essere l'autore del romanzo Cuore, uno dei testi più popolari della letteratura italiana per ragazzi; si avvicinò poi al socialismo, fino ad aderirvi nel 1896. Questo mutamento di indirizzo è visibile nelle sue opere successive, in cui presta molta attenzione alle difficili condizioni delle fasce sociali più povere e vengono completamente superate le idee nazionalistiche che avevano animato Cuore. Amico di Filippo Turati, collaborò a giornali legati al partito socialista come la Critica Sociale e La lotta di Classe. Fu chiamato dal ministro Vittorio Emanuele Orlando a far parte, insieme a Fogazzaro, del Consiglio Superiore dell'Istruzione.
ALLORA ABBIAMO PRESO DUE PICCIONI...SOCIALISTI...CON UNA...STRADA,
Quanto dolore, per noi, vedere strade come questa, nell'abbandono assoluto, che i nostri avi e predecessori, amanti di una Patria pulita e ravveduta, hanno dedicato a personaggi storici che hanno dato vita e cultura ad un'Italia più giusta, più umana, una nuova nazione che aspirava ad una profonda PACE sorella di DONNA LIBERTA'
I marciapiedi sono impraticabili per via dei gettiti non potati degli alberi, a suo tempo trapiantati quasi a toccare la parete dell'ex distreto militare, praticamente posti sulla parte pedonale. Forse l'incuria è dovuta al fatto che, per i buoni propositi e per amore di pulizia, l'esercito della citata caserma Mezzacapo si era sempre attivato e prodigato con solerzia a pulire, comandando i suoi soldati, i marciapiedi che attenevano al loro perimetro, ma adesso che non ci son più i militari, l'Amministrazione Comunale ha dimenticato che la strada le appartiene o spera che le preghiere rivolte alla Madonna della Consolazione risolveranno, come per incanto, il problema quì rappresentato.
Non è solo questo il "disguido tecnico", il sottoscritto per decenza non ha fotografato le merde di cane che i nostri cari concittadini, colà abitanti e padroni dei poveri animali defecanti, non raccolgono, abbandonandoli, quei "pasticcini maleodoranti", acciocché finiscano sotto le suole dei malcapitati passanti costretti, vuoi per i rami, vuoi per i cespugli, a fare le gincane tra una merda e i legni sporgenti..."per mettere al riparo gli occhi, non vedi e ci finisci dentro, se va bene te la porti a casa, se va male e scivoli rischi di finire all'ospedale ortopedico con qualche mala frattura", dopo aver trovato, naturalmente, qualcuno disponibile a soccorrerti, schifato per il cattivo odore che emani dal vestiario impregnato dal maledetto escremeto". Voglio ricordare che la strada in questione, proprio per l'entrata e l'uscita scolastica è percorsa da centinaia di persone tra scolari, genitori e insegnanti, c'è il rischio che qualcuno possa veramente farsi male o perdere qualche occhio.
Caro assessore, caro consigliere, egregio sig. Sindaco : "La casta è casta e va, sì, rispettata, ma Voi perdeste il senso e la misura...Ancora oltre sopportar non posso la Vostra vicinanza...E cosa aspetti, oh turpe malcreato, che l'ira mia raggiunga l'eccedenza?...Ma chi te cride d'essere... nu ddio? Ccà dint'a 'sta città, 'o vvuo capì, ca simmo eguale?...T''o vvuo' mettere 'ncapo... 'int'a cervella che staje malato ancora È fantasia?...tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto? "
Cesare Battisti e Edmondo De Amicis, stanchi di sopportare le vostre inerzie, si esprimerebbero così, continuando sul tono della LIVELLA del caro Totò : "Signor Sindaco, nun è colpa mia, i'nun v'avesse fatto chistu tuorto; gli antichi reggini so' stati a ffa' sta fesseria, i' che putevo fa' si ero muorto ? Si fosse vivo ve farrei cuntento, pigliasse 'a casciulella cu 'e qquatt'osse e proprio mo, obbj'... 'nd'a stu mumento mme ne trasesse dinto a n'ata strada".
Via Cesare Battisti non è il solo esempio di cespugliatura e merda canina, volete intervenire urgentemente con operai e viglianza urbana ? Quante cose si sarebbero potute fare con i soldi spesi per gli spettacoli e i fuochi di "Festa 'i Maronna"...ma già, dimenticavo....
Salvatore Marrari 19 settembre 2012
sabato 8 settembre 2012
IL CAPO INDIANO PELLEROSSA SEATTLE
CAPO SEATTLE
nacque forse nel 1786. Il suo nome era in origine See-Yahtlh almeno per la sua gente. Suo padre era un celebre leader e capo di guerra. Ma sua madre era una schiava, al punto che lui stesso è stato considerato di “nascita bassa”. Nel periodo della sua nascita, la zona di Puget Sound fu sconvolta dal vaiolo, malattia portata dall’uomo bianco che gli venne contagiata ancor prima che potessero vedere un solo uomo bianco. Ebbero però occasione di vederne le grandi navi di passaggio in una delle rade del posto. Gli indiani unirono questi segni in una conferma che la fine del mondo era arrivata e, sicuramente, con l’avanzata dei bianchi, il loro mondo volgeva effettivamente al termine.
Nel 1854 il "Grande Bianco" di Washington (il presidente degli Stati Uniti) si offrì di acquistare una parte del territorio indiano e promise di istituirvi una "riserva" per il popolo indiano. Ecco la risposta del "Capo Seattle", considerata ancora oggi la più bella, la più profonda dichiarazione mai fatta sull'ambiente.


IL DISCORSO DI CAPO SEATTLE
"Come potete acquistare o vendere il cielo, il calore della terra? L'idea ci sembra strana. Se noi non possediamo la freschezza dell'aria, lo scintillio dell'acqua sotto il sole come e' che voi potete acquistarli?
Ogni parco di questa terra e' sacro per il mio popolo. Ogni lucente ago di pino, ogni riva sabbiosa, ogni lembo di bruma dei boschi ombrosi, ogni radura, ogni ronzio di insetti e' sacro nel ricordo e nell'esperienza del mio popolo. La linfa che cola negli alberi porta
con sé il ricordo dell'uomo rosso. Noi siamo una parte della terra, e la terra fa parte di noi. I fiori profumati sono i nostri fratelli, il cavallo, la grande aquila sono i nostri fratelli, la cresta rocciosa, il verde dei prati, il calore dei pony e l'uomo appartengono tutti alla stessa famiglia. Quest'acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non e' solamente acqua, per noi e' qualcosa di immensamente significativo: e' il sangue dei nostri padri.
I fiumi sono nostri fratelli, ci dissetano quando abbiamo sete. I fiumi sostengono le nostre canoe, sfamano i nostri figli. Se vi vendiamo le nostre terre, voi dovrete ricordarvi, e insegnarlo ai vostri figli, che i fiumi sono i nostri e i vostri fratelli e dovrete dimostrare per fiumi lo stesso affetto che dimostrerete ad un fratello. Sappiamo che l'uomo bianco non comprende i nostri costumi. Per lui una parte di terra e' uguale all'altra, perché e' come uno straniero che arriva di notte e alloggia nel posto che più gli conviene. La terra non e' suo fratello, anzi e' suo nemico e quando l' ha conquistata va oltre, più lontano.Tratta sua madre, la terra, e suo fratello, il cielo, come se fossero semplicemente delle cose da acquistare, prendere e vendere come si fa con i montoni o con le pietre preziose. Il suo appetito divorerà tutta la terra e a lui non resterà che il deserto. Non esiste un posto accessibile nelle città dell'uomo bianco. Non esiste un posto per vedere le foglie e i fiori sbocciare in primavera, o ascoltare il fruscio delle ali di un insetto. Ma forse e' perché io sono un selvaggio e non posso capire. Il baccano sembra insultare le orecchie. E quale interesse può avere l'uomo a vivere senza ascoltare il rumore delle capre che succhiano l'erba o il chiacchierio delle rane, la notte, attorno ad uno stagno? Io sono un uomo rosso e non capisco. L'indiano preferisce il dolce suono del vento che slanciandosi come una freccia accarezza la faccia dello stagno, e preferisce l'odore del vento bagnato dalla pioggia mattutina, o profumato dal pino pieno di pigne. L'aria e' preziosa per l'uomo rosso, giacché tutte le cose respirano con la stessa aria: le bestie, gli alberi, gli uomini tutti respirano la stesa aria. L'uomo bianco non sembra far caso all'aria che respira. Come un uomo che impiega parecchi giorni a morire resta insensibile alle punture. Ma se noi vendiamo le nostre terre, voi dovrete ricordare che l'aria per noi e' preziosa, che l'aria divide il suo spirito con tutti quelli che fa vivere.
Il vento che ha dato il primo alito al Nostro Grande Padre e' lo stesso che ha raccolto il suo ultimo respiro. E se noi vi vendiamo le nostre terre voi dovrete guardarle in modo diverso, tenerle per sacre e considerarle un posto in cui anche l'uomo bianco possa andare a gustare il vento reso dolce dai fiori del prato. Considereremo l'offerta di acquistare le nostre terre.Ma se decidiamo di accettare la proposta io porrò una condizione: l'uomo bianco dovrà rispettare le bestie che vivono su questa terra come se fossero suoi fratelli.
Che cos'e' l'uomo senza le bestie? Se tutte le bestie sparissero, l'uomo morirebbe di una grande solitudine nello spirito. Poiché ciò che accade alle bestie prima o poi accade anche all' uomo. Tutte le cose sono legate tra loro. Dovrete insegnare ai vostri figli che il suolo che essi calpestano
e' fatto dalle ceneri dei nostri padri. Affinché i vostri figli rispettino questa terra, dite loro che essa e' arricchita dalle vite della nostra gente. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri: la terra e' la madre di tutti noi. Tutto ciò che di buono arriva dalla terra arriva anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi. Noi almeno sappiamo questo: la terra non appartiene all'uomo, bensì e' l'uomo che appartiene alla terra. Questo noi lo sappiamo. Tutte le cose sono legate fra loro come il sangue che unisce i membri della stessa famiglia. Tutte le cose sono legate fra loro. Tutto ciò che si fa
per la terra lo si fa per i suoi figli. Non e' l'uomo che ha tessuto le trame della vita: egli ne e' soltanto un filo. Tutto ciò che egli fa alla trama lo fa a se stesso. C'e' una cosa che noi sappiamo e che forse l'uomo bianco scoprirà presto: il nostro Dio e' lo stesso vostro Dio. Voi forse pensate che adesso lo possedete come volete possedere le nostre terre ma non lo potete. Egli e' il Dio dell'uomo e la sua pietà e' uguale per tutti: tanto per l'uomo bianco quanto per l'uomo rosso. Questa terra per lui e' preziosa. Dov'e' finito il bosco? E' scomparso. Dov'e' finita l'aquila? E' scomparsa. E' la fine della vita e l'inizio della sopravvivenza".
IL DISCORSO DI CAPO SEATTLE - CLICCA SUL LINK PER ASCOLTARLO http://www.youtube.com/watch?v=05epW-Dp5Og
mercoledì 5 settembre 2012
DEPUTATI LAICI E DEPUTATI DA DIO
" DEPUTATO (part.pass. del verbo latino Deputare, formato da De (di, da) e Putare - ritenere, scegliere, considerare - nell’accezione di colui che è stato scelto) è una persona che viene incaricata di eseguire un mandato in un'assemblea. Quindi messaggero di un gruppo di persone che gli hanno conferito la possibilità di essere, dal medesimo, rappresentati ".
Oggigiorno questa definizione sembra essere non più veritiera, sia per il modo in cui i parlamentari vengono scelti(per chiamata, non votati) sia per i diritti e i privilegi che si àrrogano sedendo tra gli scanni del Parlamento italiano. L'appellativo di onorevole che, secondo me, spetta solo a persone che hanno un onore da salvaguardare, forse e menato un po' troppo rispetto alle personalità odierne, fannulloni e predicatori di aria fritta. Addirittura sento chiamare onorevoli i consiglieri regionali che, francamente, secondo la Costituzione, non hanno alcun diritto di essere nominati tali se non quelli della Regione Autonoma Sicilia che ha uno statuto speciale, ma quì ci spostiamo in un ginepraio ed è meglio lasciar correre.
Come ricorda Antonio Padellaro in un suo ultimo articolo " EPPURE LI PAGHIAMO NOI, SIAMO NOI STESSI I PROPRIETARI DI QUESTO PAESE, I POLITICI SONO I NOSTRI DIPENDENTI ". Questa era anche una frase che prevedevano, si sarebbe detta, alcuni idealisti reggini qualora ci fosse stato, in futuro, un regime democratico e sociale, i fondatori(1914) del primordiale partito socialista reggino: Matteo Paviglianiti, Alfredo Tripepi, Giovanni De Maria, Francesco Romeo, Sangrì, Giovanni Crea, Bruno Surace e Nino Spanò. Questi "onorevoli signori" si riunivano in una birreria della "Piazzetta", oggi Piazza Italia, sotto il nome di Cooperativa La Vittoria( successivamente Vittorio Veneto, dal 1918 sino a che lo poterono chiamare P.S.I. reggino).
Ma perché tutto questo preambolo? Per gli avvenimenti accaduti in questi ultimi giorni di questa, ancora, afosa estate 2012 : La morte del Cardinale Carlo Maria Martini(31 agosto) e la Conferenza Stampa data ieri sera, domenica 2 settembre, dal governatore della Calabria, ex sindaco di Reggio, Giuseppe Scopelliti detto Peppe da un giro di più "intimi".
Vi domanderete : che relazione ci può essere tra i due ultimi avvenimenti ? Tra gli avvenimenti nessuna, ma si vuole puntualizzare che gli ecclesiastici e la deputazione, anche locale, devono rendere servizio accostandosi ad un prossimo con modestia e garanzia di rettitudine e verità.
Comincio a dare un mio pensiero sul cardinale e vescovo emerito di Milano, un uomo quasi venerato in morte, ma abbandonato nella vita dei suoi ultimi anni, dalla stessa Chiesa che lui medesimo ha predicato, ma anche criticata per l'abbondanza di dogmi che ne sono venuti fuori, nel corso dei secoli, dalle mura vaticane. Una personalità studiosa e razionale, per certi versi, di un creato che viene fuori dal mondo di una Bibbia profetica che ritiene verità Dio e il nuovo messaggio di Cristo Gesù. Crede e ne da, ampiamente, chiarimento in una chiesa in cui gli uomini non sono affato capi, semmai servi e seguaci di un Vangelo Nuovo che arriva a darci una buona notizia : Dio, Cristo, Spirito Santo.
Quest'uomo ebbe il coraggio, il 5 novembre 2006, da Gerusalemme, di scrivere e inviare una lettera, perché fosse quasi recensione e incoraggiamento, al libro "L'ANIMA E IL SUO DESTINO"(Raffaello Cortina editore, Scienza e idee, Collana diretta da Giulio Giorello) del teologo e scrittore Vito Mancuso che, pur dichiarandosi fermamente cattolico, nel libro, fa grandissimi ed estesi esami circostanziati, anche e spesso negativi, ad una Chiesa ormai povera di spiritualità che sfrutta dogmi e reliquie. Appunto il Cardinale lo esorta a pubblicare quelle esternazioni dicendogli che pochi gli vorranno credere, abituati come sono a sentire, magari, cose ben diverse nella consuetudine delle predicazioni domenicali e lo spinge, comunque, a parlare delle verità che lui, Vito, ha potuto scoprire facendosene una ragione di critica.
Martini sceglie di vivere gli ultimi anni della sua vita a Gerusalemme, perché "tra quelle terre si sente più vicino a Nostro Signore Gesù Cristo", ma, colpito dalla malattia, ritorna in "Patria", muore in solitudine, senza che alcun porporato gli faccia visita, rifiuta le cure mediche palliative e l'accanimento che si usa effettuare per tenere in vita persone che hanno sofferenze fisiche e psichiche, si fa "sedare", lascia questa vita. Il Papa che, a momenti gira sempre per il mondo, non è disponibile a partecipare ai funerali di un fratello in Cristo, invia un suo rappresentante, ma ne sfrutta il cadavere come reliquia dando disposizione che il corpo venga seppellito all'interno della cattedrale milanese(business solo business).
Anche questi pseudo cristiani che, vivono, vegetano, evadono il fisco nel territorio italiano, in un certo senso, LI PAGHIAMO NOI visto che lo Stato Italia e la deputazione sono molto benevoli nei loro confronti sia in elargizioni che in parole e svolgono la loro vita tra gli ori e le porpore contro il banalissimo esempio di povertà dato da un Cristo vilipeso e ucciso dal ricchi porporati del tempo.
Mi sarebbe piaciuto poter ascoltare un altro predicatore, Peppe Scopelliti, ed, eventualmente, poter fare qualche intervento sugli argomenti che tribolano e scannano i nostri concittadini da qualche anno a questa parte, per "l'impoverimento" delle casse comunali e dai molti interrogativi insoluti che si sono generati attorno a questa vicenda. Questa gente la paghiamo noi e, ritengo, sarebbe stato un mio diritto, un nostro diritto, come quello avuto da altri "cittadini" che sono stati privilegiati, poter essere seduto, ascoltare, ponderare, intervenire, ma non è stato possibile. E' stato scelto ad hoc un luogo angusto ove sono entrati con riserva di posto, quasi esclusivamente, politici di parte, mogli e parenti e Roberto Arditti che poneva le domande senza che, in sala, ci fosse una possibilità di un contraddittorio. Eppure sarebbe stato ciò che avrebbero gradito i cittadini tutti di Reggio Calabria e non un "a domanda rispondi".
"Il principio del contraddittorio esprime una garanzia secondo la quale nessuno può subire gli effetti di una recita unilaterale, senza avere avuto la possibilità di essere parte del "processo" da cui la stessa proviene, ossia senza aver avuto la possibilità di un'effettiva partecipazione . La regolare costituzione del contraddittorio (audiatur et altera pars) è un principio fondamentale. In particolare, ciò significa che ciascuna parte deve essere messa in condizione di conoscere ogni richiesta e deduzione dell'altra parte e di formulare le proprie osservazioni in proposito".
Ciò, non solo non c'è stato, non abbiamo neanche avuto la possibilità dell'ingresso perché i posti erano tutti occupati, ripeto, da adepti e politici di parte.
Non voglio entrare nel merito dei contenuti o delle verità sbandierate dal nostro Sindaco Arena e dall'ex primo cittadino Scopelliti, sono cose ormai in mano al Governo centrale, passate al vaglio della Commissione preposta, della Magistratura e della Prefettura, ma desidero ampiamentee ardentemente ripetere : QUESTA GENTE LA PAGHIAMO NOI, SIAMO I PROPRIETARI DI QUESTA CITTA', LORO SONO I NOSTRI DIPENDENTI E DEVONO ASSOLUTAMENTE DARCI CONTO DEL LORO OPERATO !!!
RC 3 settembre 2012
Salvatore Marrari
Oggigiorno questa definizione sembra essere non più veritiera, sia per il modo in cui i parlamentari vengono scelti(per chiamata, non votati) sia per i diritti e i privilegi che si àrrogano sedendo tra gli scanni del Parlamento italiano. L'appellativo di onorevole che, secondo me, spetta solo a persone che hanno un onore da salvaguardare, forse e menato un po' troppo rispetto alle personalità odierne, fannulloni e predicatori di aria fritta. Addirittura sento chiamare onorevoli i consiglieri regionali che, francamente, secondo la Costituzione, non hanno alcun diritto di essere nominati tali se non quelli della Regione Autonoma Sicilia che ha uno statuto speciale, ma quì ci spostiamo in un ginepraio ed è meglio lasciar correre.
Come ricorda Antonio Padellaro in un suo ultimo articolo " EPPURE LI PAGHIAMO NOI, SIAMO NOI STESSI I PROPRIETARI DI QUESTO PAESE, I POLITICI SONO I NOSTRI DIPENDENTI ". Questa era anche una frase che prevedevano, si sarebbe detta, alcuni idealisti reggini qualora ci fosse stato, in futuro, un regime democratico e sociale, i fondatori(1914) del primordiale partito socialista reggino: Matteo Paviglianiti, Alfredo Tripepi, Giovanni De Maria, Francesco Romeo, Sangrì, Giovanni Crea, Bruno Surace e Nino Spanò. Questi "onorevoli signori" si riunivano in una birreria della "Piazzetta", oggi Piazza Italia, sotto il nome di Cooperativa La Vittoria( successivamente Vittorio Veneto, dal 1918 sino a che lo poterono chiamare P.S.I. reggino).
Ma perché tutto questo preambolo? Per gli avvenimenti accaduti in questi ultimi giorni di questa, ancora, afosa estate 2012 : La morte del Cardinale Carlo Maria Martini(31 agosto) e la Conferenza Stampa data ieri sera, domenica 2 settembre, dal governatore della Calabria, ex sindaco di Reggio, Giuseppe Scopelliti detto Peppe da un giro di più "intimi".
Vi domanderete : che relazione ci può essere tra i due ultimi avvenimenti ? Tra gli avvenimenti nessuna, ma si vuole puntualizzare che gli ecclesiastici e la deputazione, anche locale, devono rendere servizio accostandosi ad un prossimo con modestia e garanzia di rettitudine e verità.
Comincio a dare un mio pensiero sul cardinale e vescovo emerito di Milano, un uomo quasi venerato in morte, ma abbandonato nella vita dei suoi ultimi anni, dalla stessa Chiesa che lui medesimo ha predicato, ma anche criticata per l'abbondanza di dogmi che ne sono venuti fuori, nel corso dei secoli, dalle mura vaticane. Una personalità studiosa e razionale, per certi versi, di un creato che viene fuori dal mondo di una Bibbia profetica che ritiene verità Dio e il nuovo messaggio di Cristo Gesù. Crede e ne da, ampiamente, chiarimento in una chiesa in cui gli uomini non sono affato capi, semmai servi e seguaci di un Vangelo Nuovo che arriva a darci una buona notizia : Dio, Cristo, Spirito Santo.
Quest'uomo ebbe il coraggio, il 5 novembre 2006, da Gerusalemme, di scrivere e inviare una lettera, perché fosse quasi recensione e incoraggiamento, al libro "L'ANIMA E IL SUO DESTINO"(Raffaello Cortina editore, Scienza e idee, Collana diretta da Giulio Giorello) del teologo e scrittore Vito Mancuso che, pur dichiarandosi fermamente cattolico, nel libro, fa grandissimi ed estesi esami circostanziati, anche e spesso negativi, ad una Chiesa ormai povera di spiritualità che sfrutta dogmi e reliquie. Appunto il Cardinale lo esorta a pubblicare quelle esternazioni dicendogli che pochi gli vorranno credere, abituati come sono a sentire, magari, cose ben diverse nella consuetudine delle predicazioni domenicali e lo spinge, comunque, a parlare delle verità che lui, Vito, ha potuto scoprire facendosene una ragione di critica.
Martini sceglie di vivere gli ultimi anni della sua vita a Gerusalemme, perché "tra quelle terre si sente più vicino a Nostro Signore Gesù Cristo", ma, colpito dalla malattia, ritorna in "Patria", muore in solitudine, senza che alcun porporato gli faccia visita, rifiuta le cure mediche palliative e l'accanimento che si usa effettuare per tenere in vita persone che hanno sofferenze fisiche e psichiche, si fa "sedare", lascia questa vita. Il Papa che, a momenti gira sempre per il mondo, non è disponibile a partecipare ai funerali di un fratello in Cristo, invia un suo rappresentante, ma ne sfrutta il cadavere come reliquia dando disposizione che il corpo venga seppellito all'interno della cattedrale milanese(business solo business).
Anche questi pseudo cristiani che, vivono, vegetano, evadono il fisco nel territorio italiano, in un certo senso, LI PAGHIAMO NOI visto che lo Stato Italia e la deputazione sono molto benevoli nei loro confronti sia in elargizioni che in parole e svolgono la loro vita tra gli ori e le porpore contro il banalissimo esempio di povertà dato da un Cristo vilipeso e ucciso dal ricchi porporati del tempo.
Mi sarebbe piaciuto poter ascoltare un altro predicatore, Peppe Scopelliti, ed, eventualmente, poter fare qualche intervento sugli argomenti che tribolano e scannano i nostri concittadini da qualche anno a questa parte, per "l'impoverimento" delle casse comunali e dai molti interrogativi insoluti che si sono generati attorno a questa vicenda. Questa gente la paghiamo noi e, ritengo, sarebbe stato un mio diritto, un nostro diritto, come quello avuto da altri "cittadini" che sono stati privilegiati, poter essere seduto, ascoltare, ponderare, intervenire, ma non è stato possibile. E' stato scelto ad hoc un luogo angusto ove sono entrati con riserva di posto, quasi esclusivamente, politici di parte, mogli e parenti e Roberto Arditti che poneva le domande senza che, in sala, ci fosse una possibilità di un contraddittorio. Eppure sarebbe stato ciò che avrebbero gradito i cittadini tutti di Reggio Calabria e non un "a domanda rispondi".
"Il principio del contraddittorio esprime una garanzia secondo la quale nessuno può subire gli effetti di una recita unilaterale, senza avere avuto la possibilità di essere parte del "processo" da cui la stessa proviene, ossia senza aver avuto la possibilità di un'effettiva partecipazione . La regolare costituzione del contraddittorio (audiatur et altera pars) è un principio fondamentale. In particolare, ciò significa che ciascuna parte deve essere messa in condizione di conoscere ogni richiesta e deduzione dell'altra parte e di formulare le proprie osservazioni in proposito".
Ciò, non solo non c'è stato, non abbiamo neanche avuto la possibilità dell'ingresso perché i posti erano tutti occupati, ripeto, da adepti e politici di parte.
Non voglio entrare nel merito dei contenuti o delle verità sbandierate dal nostro Sindaco Arena e dall'ex primo cittadino Scopelliti, sono cose ormai in mano al Governo centrale, passate al vaglio della Commissione preposta, della Magistratura e della Prefettura, ma desidero ampiamentee ardentemente ripetere : QUESTA GENTE LA PAGHIAMO NOI, SIAMO I PROPRIETARI DI QUESTA CITTA', LORO SONO I NOSTRI DIPENDENTI E DEVONO ASSOLUTAMENTE DARCI CONTO DEL LORO OPERATO !!!
RC 3 settembre 2012
Salvatore Marrari
Etichette:
Cronaca politica
Ubicazione:
Reggio di Calabria RC, Italia
lunedì 4 giugno 2012
'U ZZI' MILIU CACCIATURI
COME ERAVAMO...PERSONAGGI REGGINI : 'U ZZI' MILIU CACCIATURI di Salvatore Marrari
Viva la caccia, abbasso la caccia...non è questo che ci interessa nel racconto che segue, ma le storie che il caro e vecchio zio Emilio Marrari, fratello di mio padre, ci raccontava quando ci riunivamo a casa della sorella Annina maritata in seconde nozze a Ciccio Cara, personaggio esuberante, allegro e, per certi versi, fantastico, chef di professione, trasformista e ipnotizzatore in piccoli spettacoli del Rione Ferrovieri degli anni ’30. Dunque questo grande e preciso punto di riunione per fratelli, sorelle e nipoti, era come un’abitazione da “mecenate” ove si privilegiavano le arti di taglio e cucito(la zia ne era una specialista), di poesia e cultura(per i poeti che frequentavano Don Matteo Paviglianiti), di musica (per il complesso che provava e riprovava, nel cortile, sede estiva e nel salone, sede invernale, organizzato da mio cugino Umberto Cara, lui alla chitarra battente, Tanino Campolo alla fisarmonica, Ninu Autellitano’( ‘u scarparu, detto Naschiareddha) alla batteria e Cecè Manti alla chitarra accordante. Erano i primi anni '50 e la zia oltre che avere, in Via Macello, quasi sotto le scalette del Ponte Calopinace, una casa spaziosa con un grande cortile, aveva uno dei primi televisori giunti a Reggio Calabria, il primo nel Rione Ferrovieri ed il terzo nella città(gentile dono del genero imprenditore padovano Beppe Fasolo), per cui tutti ci si riuniva in massa, portando al seguito borse di cibi vari e bevande sopraffine, sin dal tardo pomeriggio e fino a che il piccolo schermo, dopo aver lautamente cenato e dopo aver visto il LASCIA O RADDOPPIA di Mike Bongiorno o il TELEMATCH di Enzo Tortora, non ci dava l’ultima visione consistente in immagini di nuvole che scorrevano con la fatidica scritta : RAI RADIOTELEVISIONE ITALIANA - FINE DELLE TRASMISSIONI. Come dianzi accennato, questa era anche la casa del nostro prozio Matteo Paviglianiti e della di lui sorella, mia nonna paterna, Antonia Paviglianiti Marrari. Ciò da’ l'idea di quanto fosse, veramente, un’abitazione patriarcale dove, tra un chiacchiericcio, una critica, tanti pettegolezzi, un tresette e una briscola, i racconti del buon zio Emilio erano al centro dell'attenzione di noi tutti ragazzi e ragazzini del casato. Si da’ il caso che il parente era stato in Africa Orientale nel periodo bellico, con la qualifica di motorista e collaudatore pilota di aerei, e si da’ anche il caso che la sera di ogni martedì(se non vado errato dal 7 febbraio 1956 sino a tutto il 1964) il piccolo video mandava in onda una trasmissione di zoologia, "L'AMICO DEGLI ANIMALI", condotta dal famoso Angelo Lombardi, Bianca Maria Piccinino e l'aiutante ascaro, Andalù, preposto a prendere o rimettere animaletti e serpenti in gabbia( da qui ebbe origine la frase : Andalù portalo via), allora, di riflesso e con la spinta maturata dai ricordi, partivano i racconti che si coglievano dalla dolce bocca dello zio che s’intrecciavano su battute di caccia e speciali safari con le ampie e dettagliate spiegazioni sulle abitudini degli animali e gli uccelli della savana mentre , noi tutti, pendevamo da quelle labbra su cui, ogni tanto poggiava il giro di un bicchiere colmo di vino, che veniva bevuto e sorseggiato a piccole quantità, insomma l'ambiente era caldo, tranquillo, allegro. D’inverno il riscaldamento era prodotto da svariate "conche di braciere" con poggiapiedi in legno, attorno ai quali ci si sedeva, facendo a gara che si capitasse più vicino possibile a quella cara persona che ci faceva sognare con i suoi polposi e lunghi racconti di guerra e di caccia grossa , simili alla favola di “Tartarin di Tarascona alla caccia dei leoni” dello scrittore francese Alphonse Daude. Ma Emilio Marrari, di fatto, era un vero cacciatore, ma di uccellini e piccola selvaggina e, quando si liberava dal servizio ferroviario(macchinista delle gloriose FS con la bella divisa grigia e le mostrine argentate), senza tante pretese, a piedi o in bicicletta, transitava a fianco dei binari del treno verso il sud della città, non ancora popolata se non da case coloniche e grandi orti coltivati a fave, piselli, melanzane, pomodori e peperoni, portandosi sotto il muro del Torrente Sant'Agata, aspettando la passa o " 'a bbulata ri' cucciardi "(le allodole) o dei tanto desiderati " adorni "(i falchi) che il piccolo aereo da turismo del glorioso Aereoclub locale, l'unico per quei tempi, faceva disperdere e volare dai prati attigui alla pista di decollo. Quello era un momento cruciale, si bisbigliava : " I bbulau...alliccà...jasa 'i canni "(le ha volate...eccole qua...alza le canne) e dopo che le mirate scariche di doppiette erano esplose, arrivava, puntuale, lo scherno di chi aveva colto qualcosa verso coloro che, invece, "avivunu fattu sulu bumbula"(avevano fatto solo bum bum). Lo zio era tra questi, schernitori o scherniti, e spesso con lui, c'eravamo anche noi, ragazzi al seguito, con il compito di portatori, non di selvaggina, ma delle pesanti borse con le cartucce, aspettando il momento che " 'u zziu ndi faciva sparari cacchi botta " ( lo zio ci facesse sparare qualche colpo). Si era quasi alla foce del torrente per cui l'alveo era grandissimo e li, in mezzo, preparavamo il campo di tiro con le sagome da colpire...bastoni di vecchie scope abbandonate con in cima " 'na buatta i cunserva"(l'involucro del tanto amato concentrato di pomodoro Cirio) ed, a turno, imbracciando la doppietta calibro dodici, sulle cui canne lo zio aveva inciso*, con le sue proprie mani, una bella e precisa rosa, si sparava "ai leoni e alle gazzelle" che l'amato parente, ci aveva tanto inculcato nella mente facendoci sognare, appunto, di essere a nostra volta i Tartarin della situazione. Spesso il vento, il famoso libeccio che soffia da sud-ovest, che dalle nostre parti non è raro soffiare, ci impediva di fare bottino e, altrettanto impediva a noi ragazzini il posizionamento " ri landi 'i sparari " ( delle lande da colpire), quelle “sagome” già dianzi citate, allora si ripartiva, a piedi, per un malinconico ritorno a casa, giocoforza, rifacendo a ritroso il percorso sul viottolo che costeggiava i binari, per uscire e imboccare la strada principale, da un passaggio a livello custodito che portava su di una viuzza (oggi viale Aldo Moro o Viale V° come dir si voglia), sulla cui massicciata di pietre laviche, attigua alla sbarra, v'era un'osteria " DA ANGELO NERI ", il cui proprietario, probabilmente, e il ferroviere assuntore a guardia di quell'attrezzo che impediva il passaggio, erano la stessa persona che faceva, come si dice a Reggio, "Casa e Putìa"(casa e bottega). Era questo il posto dove tutti i cacciatori sconfitti, sconfitti si fa per dire, si ritrovavano a spararle grosse tra " 'nu bicchereddhu 'i vinu, 'nu biscotteddhu 'i ranu, cacchi pumaroru sicca, ddu mulingiani salati e 'na ffetticeddha 'i furmaggiu musciu "( tra un bicchierotto di vino, un biscotto di grano, qualche pomodoro secco, due melanzane in salamoia e una fettina di formaggio pecorino molle); lo zio in prima fila, calmo e placido, non restava mai indietro e rimescolava i suoi racconti di guerra ai safari africani, alta, distinta, geniale caccia grossa, allorché la Patria l'aveva mandato in quella parte d'Africa, lui proprio lui che, adesso, sparava le sue bombe oltre che a noi nipoti, anche a quei poveri, esterrefatti e indifesi astanti che le conoscevano una ad una, per averle sentite più volte, quelle sue veloci scorribande a bordo delle auto militari, nella grandissima e infinita savana. Ma più grandi erano le balle che lui, sornione e con gusto, poggiava sul tavolino di Angelo Neri, prendendo tutti in giro, tra i bicchieri vuoti o semivuoti che aspettavano di essere riempiti con la classica " bucaletta " da un litro e mezzo che l'oste poggiava sempre al centro del tavolo e “dintra ‘a spasa r’acciaju”(dentro il vassoio d’acciaio). Ma qualcuno che aveva capito l'antifona, menata con arte dal nostro caro zio, ancor più sornione del fine dicitore e per farlo "tornare in Italia", sbottava : " Don Mìliu, mentimu 'i peri nterra, comu mai oggi non sparastuvu nenti, mancu 'na pinna ?" (Signor Emilio, poggiamo i piedi a terra, come mai oggi non avete sparato nulla, neanche una penna) E lui, di rimando, ridendo sotto i neri baffetti :" Caru meu...libbici mai bbeni fici ! "(Caro mio...il libeccio non porta beneficio). Per promemoria e per amore di cronaca, chi seguiva lo zio sotto il muro dell'aeroporto, eravamo io, mio fratello maggiore Antonio detto Mimmo, nostro cugino Umberto Cara e Mimmo figlio del medesimo zio cacciatore; in qualche rara occasione ci seguiva lo zio Amedeo Marrari, fratello maggiore di Emilio e di mio padre, per il quale mi riservo di immortalare la sua degna e pacata persona in altra eventuale scrittura.
Chissà, ancora oggi, quante balle vengono raccontate dai cacciatori reggini o pseudo tali, equipaggiati in modo migliore, con attrezzature speciali e fucili a più colpi e non "rranciati" come quello * di zio Emilio e dei suoi amici. Certamente le sparano, se non più grosse, con egual calibro di quelle che in ogni tempo furono e saranno sempre sciorinate a…ripetizione, come i colpi dei loro buttafuoco modello "Rifle" e senza essere stati mai in Africa Orientale.
*( Emilio Marrari riparava da se i fucili, ricostruiva i pezzi metallici, riusciva persino a fabbricarsi le canne d'acciaio usando il tornio e le attrezzature del Deposito Locomotive di Rione Pescatori, ove era ed è tutt'ora, alquanto malconcio e dismesso, ubicato, le progettava talmente precise e levigate che non avevano nulla di cui “vergognarsi” al cospetto delle famosissime tedesche Essen)
Reggio Calabria 23 maggio 2012 ore 16,55
venerdì 1 giugno 2012
L'AMICIZIA NON HA ETA'
L’AMICIZIA NON HA ETA’...di Salvatore Marrari (pagina dedicata ai familiari di un vero amico)
Questa è l’ultima pagina della mia pubblicazione "I MIEI PENSIERI NOTTURNI", aggiunta per un finale triste, ma di grande speranza. Proprio adesso, sfogliando la home di Facebook, mi giunge notizia che un amico, un fratello maggiore, Antonio Ambrogio(Totò), non è più. La nostra conoscenza, epistolare, risale a circa tre anni or sono, quando mi scrisse inviandomi una foto che riguardava il mio prozio Matteo Paviglianiti, poeta dialettale e filosofo reggino, a cui avevo fatto dedicare una serata di commemorazione dalle autorità comunali, con l’organizzazione dell’Unione Nazionale Scrittori di Reggio Calabria. Totò ne aveva saputo i contenuti e, pur vivendo a Padova, volle raccontarmi dei suoi personali ricordi quando, bambino, aveva frequentato, col suo papà, Don Luigino, il salone di barbiere di Don Matteo. Mi aveva raccontato episodi, per me inediti, data la nostra differenza di età, la sua era datata 12 aprile 1927, e quindi aveva arricchito il mio taccuino delle “rimembranze”. Con rammarico e con dolore, questa notte, apprendo, la ferale notizia, tramite collegamento alla sua bacheca in Facebook, sono le figlie ad annunciarlo : " Siamo Lilli e Sabrina, le figlie di Totò. Giovedì 14 papà è venuto a mancare... Ringraziamo tutti gli amici di Fb che gli hanno tenuto compagnia in questi ultimi mesi. Il suo profilo restarà aperto". Ne rimango profondamente colpito, non ho parole !
Ho fatto in tempo a conoscerlo personalmente con la sua ultima venuta a Reggio Calabria, si perchè il nostro bellissimo e fraterno rapporto si espletava con messaggi su quella "piattaforma sociale"(definizione di Facebook) e telefonicamente ; ho avuto il piacere di fare una passeggiata in macchina con lui, prendendolo al domicilio di Viale Calabria. Siamo stati a casa mia, volle vedere la mia postazione di lavoro nello studio ove vivo parte della mia vita, dedicata ai contatti online e allo scrivere, poi volli accompagnarlo sul lungomare reggino perché respirasse profondamente la fine aria marina impregnata di salsedine; salimmo al fortino di Pentimele e, in discesa, passammo a visitare il circolo del tennis Rocco Polimeni. Abbiamo intessuto, in poche ore, un’amicizia senza tempo, pur separandoci sedici anni, come due persone che si rivedono normalmente e discutono dei tempi passati in una comune memoria di tempi lontanissimi : quando aveva conosciuto mio padre, del cortese rapporto che li aveva legati. Poi si è lasciato, senza alcuna remora e intessendo vecchi ricordi al suo presente, al racconto della sua vita, del suo trasferimento a Padova e lo spazio vitale che condivideva con l’amatissima nipotina che gli girava sempre attorno, delle vicissitudini che lo hanno allontanato dalla sua città. Ho presente il suo viso allorché lo riaccompagnai al portone di casa sul viale reggino dianzi citato, un viso rigato di lacrime come se si staccasse da un parente prossimo, da un fratello minore e, alla mia domanda perché fosse così triste ed emozionato, rispose che forse non ci saremmo più visti, così è stato....
Sentì quel distacco dalla sua città, dalla sua gente, dall'amico trovato per caso, come un fulmine a ciel sereno, come una aspettativa che non si sarebbe più presentata, come la fine del suo passato e del suo attuale presente. "Addio, fratello maggiore ! Sono ancora attonito e perplesso".
Ogni qualvolta io pubblicassi un mio pensiero sulla sua personale bacheca del network, oggi più usato a servizio di una rete sociale, Facebook, rispondeva con un suo, sicuro, commento di apprezzamento; l’ultimo lo scrisse il 7 di ottobre del c.a., ma facendomi notare una mia dimenticanza, pensate un po' : mancava il peperoncino in una mia descrizione culinaria che riguardava una cena a base di “biscottu a caponata”. Questo è stato il suo ultimo messaggio. Lui non era credente, io lo sono ed ho la speranza che un giorno, quando vorrà il Signore, nel Suo dono di resurrezione, ci rincontreremo e forse rifaremo, assieme a lui, delle belle chiacchierate poetiche con Don Matteo Paviglianiti, Don Luigino suo padre e Don Mico Marrari, il mio genitore.Termino manifestando alle figliuole Lilli e Sabrina, alla nipotina di cui non conosco il nome, alla gentile consorte, mi permettano l'intimità, i sensi del mio cordoglio...Ciao Totò !
Salvatore Marrari
Reggio Calabria 17 ottobre 2010 ore 01,20
Questo video è stato realizzato con le foto inviatemi dal caro amico scomparso Totò Ambrogio clicca accanto.... http://www.youtube.com/watch?v=raFClKXHGrU
martedì 29 maggio 2012
PERSONAGGI REGGINI DI UN TEMPO CHE FU...MATTEO PAVIGLIANITI di Salvatore Marrari
PERSONAGGI REGGINI DI UN TEMPO
CHE FU… MATTEO PAVIGLIANITI
(Reggio Calabria 11 maggio 2012)
L'indimenticato (per noi parenti, ma non per la cittadinanza reggina) Matteo Paviglianiti (1/5/1874 - 11/11/1956) ha dedicato la sua vita al lavoro di barbiere, alla poesia dialettale ed all'allora emergente politica socialista. Autodidatta, ma fine dicitore e filosofo, cantore in positivo delle realtà, delle identità e delle consuetudini reggine, Matteo era un fedele, non ecclesiastico, del buon Dio, presente in ogni suo verso. Le sue pubblicazioni, oggi conservate alla biblioteca comunale della città, sono "U specchiu d’a vita"(1938) e "Lacrimi"(1933). Fu tra gli otto fondatori del Partito Socialista di Reggio Calabria che, per motivi di sicurezza, lo chiamarono “cooperativa”. I suoi amici e cofondatori furono Alfredo Tripepi, Giovanni De Maria, Francesco Romeo, Sangrì, Giovanni Crea, Bruno Surace (presidente) e Nino Spanò, lui medesimo ne era il cassiere. Si riunivano in clandestinità, appunto, come cooperativa "La Vittoria" e, successivamente, dopo il 1918, "Vittorio Veneto" nella "Piazzetta", oggi "Piazza Italia"(era il 1914). Il suo salotto era quella parte del Corso Garibaldi che va dal ponte Calopinace sino a Piazza Camagna; anche il suo negozio lo fu ed era sito in Via Apromonte n° 10 (la strada che da piazza Garibaldi porta alla scuola elementare E. De Amicis). Qui, nel suo salone, nel Bar Giorgio, famoso per un pupazzo attaccato all’ingresso che con la lingua fuori leccava un finto cono gelato ('u bar du' pupu chi ddhiccava 'u gelatu), presso la casa delle bibite "Quattrone", rinomata per le sue gassose chiuse a pressione da una pallina (i' cazzusi ca' pallina) e nel bar Margheriti, tutti e tre di fronte alla Villa Comunale Umberto Primo, s'incontravano gli intellettuali del tempo. Il poeta veniva attorniato da giovani emergenti quali : Nicola Giunta (4 /5/1895 - 31/5/1968), prima baritono d'opera), Franco Saccà, Domenico Martino, Giuseppe Morabito, Gaetano Cingari, i due professori, cugini, Francesco De Stefano (detto Ciccio barbitta) e Domenico De Stefano (insegnate di lettere e filosofia), autore, tra l'altro, di una prima recensione sul poeta scritta nel 1949 intitolata "La poesia di Matteo Paviglianiti". Con Nicola Giunta, ventuno anni più giovane, era nata un’amicizia seria e burlona, caratterizzata da una serie di aneddoti, che durò quasi mezzo secolo, sino alla morte del poeta.
Occasione ultima di Giunta e Cingari, per recitarne le virtù nel discorso di estremo saluto per l'amico e ispiratore, la’, in Piazza Castello, dove i compagni socialisti avevano portato ed accompagnato il feretro da Via Macello superando il Calopinace (abitazione del defunto ), percorrendo quella parte di Corso Garibaldi che era stata il "Salotto di Don Matteo". Tutti i proprietari degli esercizi pubblici della strada, al suo passaggio, chiusero i negozi in segno di lutto, commentando, qualcuno in lacrime, la perdita di un grande amico, un grande uomo che usava verseggiare incontrandoli. Tengo a raccontare che il prete protempore, della vecchia e baraccata chiesa del Sacro Cuore di Gesù di Via Galileo Galilei, non volle benedire la salma, ne officiare i servizi funebri perché il defunto era un socialista. Furono i compagni di partito a dirottare il feretro, trainato da carrozza e cavalli, che senza aver cura delle proteste dell'uomo, conosciuto come ‘U CAVIALI, che stava a cassetta. Realizzarono una pacifica protesta alla chiesa cattolica, fermando la bara con una sosta di pochi minuti di fronte alla cattedrale, tale da sembrare una scena da film…tipo "Don Camillo e l'Onorevole Peppone". Erano di quelle cose che, facilmente, accadevano nella vita pratica di quel tempo, ma senza alcuna violenza, perché i partiti socialcomunisti erano considerati dalla chiesa di Roma eretici e fuori dalla legge di Dio. Sta di fatto che per Matteo Paviglianiti fu come una seconda e ultima purga"; fu punito in vita e in morte, dal fascismo prima e nel suo trapasso. A questo punto, è d’obbligo raccontare perché fu costretto ha ingerire l’olio di ricino, sorbendolo, assieme a Nicola Giunta; i fatti avvennero come qui di seguito descrivo…Si trovavano entrambi nei pressi di Piazza Garibaldi insieme ad altri amici intellettuali e di partito, quando un’automobile di colore nero, Fiat Balilla, bloccò loro il passo, ne scesero alcuni fanatici con “camicie a lutto" (così, Don Matteo, definiva quel modo di vestire) e il più "ardito" tra loro, certo Pitea, intimò solo a loro due, ritenuti capi ribelli, di salire in macchina che li avrebbero portati a “banchetto” invitati presso la Federazione di Piazza del Popolo. Matteo e "Nicolazzu" (così Don Matteo usava chiamare l'amico Giunta) si guardarono in faccia con tutta la rabbia che quegli individui avevano loro stimolato e, non potendo far altro, si arresero, avendo capito il progetto quindi si accomodarono sui sedili posteriori dell'auto. Furono portati davanti al federale Paolo Quarantotto, trasferito a Reggio per dare una svolta al lassismo ed alla disubbidienza dei cittadini, fu dato loro il classico bicchiere da quarto colmo di olio di ricino, servito con un ghigno proprio dal fanatico Pitea. Il carattere opposto dei due "invitati" segnò due reazioni diverse, il buon Matteo Paviglianiti, sornione e attento, sorseggiava il liquido come se stesse bevendo del buon vino rosolio, Nicola Giunta lo mandò giù tutto d'un fiato e, strabuzzando gli occhi per la nausea, sbottò con la frase rimasta famosa nel tempo : "Avete purgato il mio corpo, non il mio spirito" e, osservandolo Don Matteo, contrariato per la soddisfazione che stava dando agli astanti, a sua volta sibilò con un tono di stizza : Ma quantu si fissa ! (ma quanto sei fesso) Era il 31 maggio 1940. Dopo tanti anni dalla scomparsa, alcuni reggini lo ricordano ancora per quello che il poeta era stato: un uomo mite, nobile d’animo, buono e solo coi suoi pensieri di gioventù, quando aveva amato Elena Stracuzzi. La gentil donna che lo ricambiava, ma costretta dalla famiglia, a maritarsi ad un sottufficile di cavalleria ed a vivere a Pinerolo, città in cui era di stanza il reggimento del coniuge. Questo, tra gli altri suoi dolori, guerre e terremoto del 1908, che gli fecero perdere parte dei suoi familiari, lo resero cardiopatico; non sposò, ma tenne, perennemente, nella sua cameretta la piccola foto della donna che non aveva mai dimenticato. Più volte gli fu domandato il perché non si fosse accasato e, molto pacatamente, rispondeva che la sua prima e unica fidanzata era morta di tisi e lui aveva inteso renderle onore rimanendole devoto sino alla morte.
Nel 1960, Elena, rimasta vedova, ritornò a Reggio Calabria, presso parenti, e lo cercò nel salone di barbiere dove probabilmente aveva lasciato i suoi ricordi. Ma l’esercizio era ormai gestito dal di lui nipote Domenico Marrari, mio padre; non può far altro che constatare che il suo Matteo era già passato a miglior vita e, tristemente delusa, racconta sedendosi, la storia del loro amore impedito dalla volontà paterna.
Il tempo affievolì i dolori di Don Matteo, un uomo di grande energia e mentalmente aperto al mecenatismo, dall'aspetto pirandelliano che fece sempre il possibile per aiutare anche finanziariamente chiunque volesse intraprendere una carriera di scrittore. Alla sua morte, avvenuta l’11 novembre 1956, fu trovato un biglietto sul comodino della sua camera con queste ultime parole : " Amore, carità e perdono furono la mia fede", parole che si possono leggere, ancora oggi, sullo sbiadito marmo della sua tomba nel cimitero di Condera in Reggio Calabria e che fece incidere suo nipote, mio padre, Domenico Marrari . Matteo Paviglianiti era il fratello di mia nonna Antonia Paviglianiti Marrari. Curioso fu il luogo della sua morte, morì seduto sul gabinetto del bagno colto dal malore che lo attanagliava già da due giorni, la sua cardiopatia trasformatasi in un infarto. Don Matteo se ne andò povero come era nato, nell’umiltà che fu la caratteristica della sua vita e, ora, mi vengono in mente alcuni versi di una sua poesia “A CASA UNDI NASCIA”…
……….
‘Na stanzetta scura, scura,
ch’era priva puru ‘i luci,
niri niri ‘i quattru mura
cu ‘nu Cristu misu ‘a cruci.
‘Na buffetta, un letticeddhu,
un barò cu la me’ svigghia,
quattru seggi, un tavuleddhu:
rrobba vecchia di famigghia.
…….
Salvatore Marrari
CHE FU… MATTEO PAVIGLIANITI
(Reggio Calabria 11 maggio 2012)
L'indimenticato (per noi parenti, ma non per la cittadinanza reggina) Matteo Paviglianiti (1/5/1874 - 11/11/1956) ha dedicato la sua vita al lavoro di barbiere, alla poesia dialettale ed all'allora emergente politica socialista. Autodidatta, ma fine dicitore e filosofo, cantore in positivo delle realtà, delle identità e delle consuetudini reggine, Matteo era un fedele, non ecclesiastico, del buon Dio, presente in ogni suo verso. Le sue pubblicazioni, oggi conservate alla biblioteca comunale della città, sono "U specchiu d’a vita"(1938) e "Lacrimi"(1933). Fu tra gli otto fondatori del Partito Socialista di Reggio Calabria che, per motivi di sicurezza, lo chiamarono “cooperativa”. I suoi amici e cofondatori furono Alfredo Tripepi, Giovanni De Maria, Francesco Romeo, Sangrì, Giovanni Crea, Bruno Surace (presidente) e Nino Spanò, lui medesimo ne era il cassiere. Si riunivano in clandestinità, appunto, come cooperativa "La Vittoria" e, successivamente, dopo il 1918, "Vittorio Veneto" nella "Piazzetta", oggi "Piazza Italia"(era il 1914). Il suo salotto era quella parte del Corso Garibaldi che va dal ponte Calopinace sino a Piazza Camagna; anche il suo negozio lo fu ed era sito in Via Apromonte n° 10 (la strada che da piazza Garibaldi porta alla scuola elementare E. De Amicis). Qui, nel suo salone, nel Bar Giorgio, famoso per un pupazzo attaccato all’ingresso che con la lingua fuori leccava un finto cono gelato ('u bar du' pupu chi ddhiccava 'u gelatu), presso la casa delle bibite "Quattrone", rinomata per le sue gassose chiuse a pressione da una pallina (i' cazzusi ca' pallina) e nel bar Margheriti, tutti e tre di fronte alla Villa Comunale Umberto Primo, s'incontravano gli intellettuali del tempo. Il poeta veniva attorniato da giovani emergenti quali : Nicola Giunta (4 /5/1895 - 31/5/1968), prima baritono d'opera), Franco Saccà, Domenico Martino, Giuseppe Morabito, Gaetano Cingari, i due professori, cugini, Francesco De Stefano (detto Ciccio barbitta) e Domenico De Stefano (insegnate di lettere e filosofia), autore, tra l'altro, di una prima recensione sul poeta scritta nel 1949 intitolata "La poesia di Matteo Paviglianiti". Con Nicola Giunta, ventuno anni più giovane, era nata un’amicizia seria e burlona, caratterizzata da una serie di aneddoti, che durò quasi mezzo secolo, sino alla morte del poeta.
Occasione ultima di Giunta e Cingari, per recitarne le virtù nel discorso di estremo saluto per l'amico e ispiratore, la’, in Piazza Castello, dove i compagni socialisti avevano portato ed accompagnato il feretro da Via Macello superando il Calopinace (abitazione del defunto ), percorrendo quella parte di Corso Garibaldi che era stata il "Salotto di Don Matteo". Tutti i proprietari degli esercizi pubblici della strada, al suo passaggio, chiusero i negozi in segno di lutto, commentando, qualcuno in lacrime, la perdita di un grande amico, un grande uomo che usava verseggiare incontrandoli. Tengo a raccontare che il prete protempore, della vecchia e baraccata chiesa del Sacro Cuore di Gesù di Via Galileo Galilei, non volle benedire la salma, ne officiare i servizi funebri perché il defunto era un socialista. Furono i compagni di partito a dirottare il feretro, trainato da carrozza e cavalli, che senza aver cura delle proteste dell'uomo, conosciuto come ‘U CAVIALI, che stava a cassetta. Realizzarono una pacifica protesta alla chiesa cattolica, fermando la bara con una sosta di pochi minuti di fronte alla cattedrale, tale da sembrare una scena da film…tipo "Don Camillo e l'Onorevole Peppone". Erano di quelle cose che, facilmente, accadevano nella vita pratica di quel tempo, ma senza alcuna violenza, perché i partiti socialcomunisti erano considerati dalla chiesa di Roma eretici e fuori dalla legge di Dio. Sta di fatto che per Matteo Paviglianiti fu come una seconda e ultima purga"; fu punito in vita e in morte, dal fascismo prima e nel suo trapasso. A questo punto, è d’obbligo raccontare perché fu costretto ha ingerire l’olio di ricino, sorbendolo, assieme a Nicola Giunta; i fatti avvennero come qui di seguito descrivo…Si trovavano entrambi nei pressi di Piazza Garibaldi insieme ad altri amici intellettuali e di partito, quando un’automobile di colore nero, Fiat Balilla, bloccò loro il passo, ne scesero alcuni fanatici con “camicie a lutto" (così, Don Matteo, definiva quel modo di vestire) e il più "ardito" tra loro, certo Pitea, intimò solo a loro due, ritenuti capi ribelli, di salire in macchina che li avrebbero portati a “banchetto” invitati presso la Federazione di Piazza del Popolo. Matteo e "Nicolazzu" (così Don Matteo usava chiamare l'amico Giunta) si guardarono in faccia con tutta la rabbia che quegli individui avevano loro stimolato e, non potendo far altro, si arresero, avendo capito il progetto quindi si accomodarono sui sedili posteriori dell'auto. Furono portati davanti al federale Paolo Quarantotto, trasferito a Reggio per dare una svolta al lassismo ed alla disubbidienza dei cittadini, fu dato loro il classico bicchiere da quarto colmo di olio di ricino, servito con un ghigno proprio dal fanatico Pitea. Il carattere opposto dei due "invitati" segnò due reazioni diverse, il buon Matteo Paviglianiti, sornione e attento, sorseggiava il liquido come se stesse bevendo del buon vino rosolio, Nicola Giunta lo mandò giù tutto d'un fiato e, strabuzzando gli occhi per la nausea, sbottò con la frase rimasta famosa nel tempo : "Avete purgato il mio corpo, non il mio spirito" e, osservandolo Don Matteo, contrariato per la soddisfazione che stava dando agli astanti, a sua volta sibilò con un tono di stizza : Ma quantu si fissa ! (ma quanto sei fesso) Era il 31 maggio 1940. Dopo tanti anni dalla scomparsa, alcuni reggini lo ricordano ancora per quello che il poeta era stato: un uomo mite, nobile d’animo, buono e solo coi suoi pensieri di gioventù, quando aveva amato Elena Stracuzzi. La gentil donna che lo ricambiava, ma costretta dalla famiglia, a maritarsi ad un sottufficile di cavalleria ed a vivere a Pinerolo, città in cui era di stanza il reggimento del coniuge. Questo, tra gli altri suoi dolori, guerre e terremoto del 1908, che gli fecero perdere parte dei suoi familiari, lo resero cardiopatico; non sposò, ma tenne, perennemente, nella sua cameretta la piccola foto della donna che non aveva mai dimenticato. Più volte gli fu domandato il perché non si fosse accasato e, molto pacatamente, rispondeva che la sua prima e unica fidanzata era morta di tisi e lui aveva inteso renderle onore rimanendole devoto sino alla morte.
Nel 1960, Elena, rimasta vedova, ritornò a Reggio Calabria, presso parenti, e lo cercò nel salone di barbiere dove probabilmente aveva lasciato i suoi ricordi. Ma l’esercizio era ormai gestito dal di lui nipote Domenico Marrari, mio padre; non può far altro che constatare che il suo Matteo era già passato a miglior vita e, tristemente delusa, racconta sedendosi, la storia del loro amore impedito dalla volontà paterna.
Il tempo affievolì i dolori di Don Matteo, un uomo di grande energia e mentalmente aperto al mecenatismo, dall'aspetto pirandelliano che fece sempre il possibile per aiutare anche finanziariamente chiunque volesse intraprendere una carriera di scrittore. Alla sua morte, avvenuta l’11 novembre 1956, fu trovato un biglietto sul comodino della sua camera con queste ultime parole : " Amore, carità e perdono furono la mia fede", parole che si possono leggere, ancora oggi, sullo sbiadito marmo della sua tomba nel cimitero di Condera in Reggio Calabria e che fece incidere suo nipote, mio padre, Domenico Marrari . Matteo Paviglianiti era il fratello di mia nonna Antonia Paviglianiti Marrari. Curioso fu il luogo della sua morte, morì seduto sul gabinetto del bagno colto dal malore che lo attanagliava già da due giorni, la sua cardiopatia trasformatasi in un infarto. Don Matteo se ne andò povero come era nato, nell’umiltà che fu la caratteristica della sua vita e, ora, mi vengono in mente alcuni versi di una sua poesia “A CASA UNDI NASCIA”…
……….
‘Na stanzetta scura, scura,
ch’era priva puru ‘i luci,
niri niri ‘i quattru mura
cu ‘nu Cristu misu ‘a cruci.
‘Na buffetta, un letticeddhu,
un barò cu la me’ svigghia,
quattru seggi, un tavuleddhu:
rrobba vecchia di famigghia.
…….
Salvatore Marrari
lunedì 28 maggio 2012
NICOLA GIUNTA, L'UOMO, IL POETA, IL REGGINO...
NICOLA GIUNTA, L'UOMO, IL POETA, IL REGGINO...
di Salvatore Marrari
"Al mio amico Nicola Giunta anima vulcanica, ma fresca come l'acqua di fonte" - Così scriveva, in una dedica, Matteo Paviglianiti, sulla foderina di un suo libro donato a Nicola. I due erano amici per la pelle, ma di differente età e carattere.
Nicola Giunta nasce a Reggio Calabria il 4 maggio 1895 e della sua vita da giovinetto si conosce poco o nulla. Inizia la sua vita artistica e studia al conservatorio di Napoli per "attore lirico"(questa era la qualifica dei cantanti d'opera), lo aiuta la sua voce di baritono che lo porta a calcare tanti teatri italiani e qualcuno straniero, Londra per l'esattezza. Ma, ad un certo punto di questa nobile carriera, si accorge che la sua vera indole è quella dello scrittore con l'uso del vernacolo che, comincia ad apprendere, nella fase iniziale, dal suo più anziano amico poeta Matteo Paviglianiti, più vecchio di ventuno anni. Fu quest'ultimo a dargli le prime idee socialiste in quanto fondatore del partito nel 1914 assieme ad altri sette compagni. Proprio per questo motivo e per le forti amicizie con intellettuali di sinistra, fu preso con "Don Matteo" e purgato con olio di ricino. I fatti avvennero come qui di seguito descritto : si trovavano nei pressi di Piazza Garibaldi Matteo Paviglianiti, Nicola Giunta ed altri amici quando una Balilla, esemplare d'auto FIAT del 1932, nera bloccò loro il passo e ne scesero alcuni fanatici con camicie "a lutto" (così, Don Matteo, definiva quel modo di vestire) e il più "ardito" tra loro, certo Pitea, detto" 'U tri 'i mazzi"(il tre di mazze), intimò solo ai due intellettuali di salire in macchina perchè erano stati invitati a "banchetto" presso la Federazione di Piazza del Popolo. Matteo e "Nicolazzu" (così Don Matteo usava chiamare l'amico Giunta) si guardarono in faccia con tutta la rabbia che quegli individui avevano loro stimolato e, non potendo far altro, si arresero, avendo capito il progetto e salirono sull'auto. Furono portati davanti al federale Paolo Quarantotto (portato a Reggio per dare una svolta al lassismo ed alla disubbidienza dei cittadini) e fu dato loro il classico bicchiere di un quarto colmo di olio di ricino, proprio dal fanatico Pitea che esordì dicendo : " Cari cittadini, in questo preciso momento, avete l'onore di essere saziati al cospetto del nostro federale e non in pubblica piazza". Il carattere opposto dei due "invitati" segna due reazioni diverse, il buon Matteo Paviglianiti, sornione e attento, sorseggia il liquido come se bevesse del buon rosolio, Nicola Giunta lo manda giù tutto d'un fiato e, strabuzzando gli occhi, esclama : " Avete purgato il mio corpo, ma non avete purgato il mio spirito" e, osservandolo Don Matteo, contrariato per la soddisfazione che stava dando agli astanti, sbottò : " Ma quantu si fissa !", era il 31 maggio 1940.
Ma la storia continua, Nicola Giunta conosce tantissimi intellettuali durante la sua carriera di cantante e ne fa uso per la sua nuova attività di poeta e scrittore. Scrive libri e crea delle ottime pubblicazioni, tra il 1920 e il 1927 produce e recita commedie in vernacolo e raggiunge il massimo in quelle stagioni teatrali, vivendone intensamente il successo. Scrisse anche tante canzoni che gli furono musicate da Giuseppe Travia e Pasquale Benintende e lanciate in occasione della "Settembrata Calabrese", effettuata e organizzata da lui medesimo nelle strade reggine del 1944. Fatta questa nuova esperienza, si accorge sempre di più di essere portato a scrivere e poetizzare e, sempre affiancato da Matteo paviglianiti, produce scritti lirici e favolistici dividendo le sue opere in "Poesie" e "Fauliàta", distinzione che raccoglie, sempre in vernacolo, poesie, pensieri e favole, in queste ultime, come Trilussa o come Fedro, fa parlare animali e cose. Ciò che più risalta è la sua anima "vulcanica" e, tra un'allegoria ed un sarcasmo, tutti vengono più o meno sfottuti e "mazziati" in special modo i nostri cari concittadini di Reggio Calabria : Chistu è 'u paisi undi si perdi tuttu... Nta 'stu paisi nc'esti sulu 'a pìria... 'U paisi 'i Giufà... 'A funtana 'i Rriggiu... Priéra p'a funtana...
Giunta divenne direttore della Biblioteca civica di Reggio Calabria (oggi Biblioteca Pietro De Nava) dove, durante la sua attività, ebbe modo di conoscere altri intellettuali italiani, tra cui Benedetto Croce, Guido Mazzoni, Raffaele Corso e Giuseppe Casalinuovo. Fu in questi anni che, riconoscente verso il carissimo amico Paviglianiti, volle depositare le pubblicazioni "Lacrimi" e "'U specchiu d'a vita", catalogandoli, tra le raccolte centenarie dei grandi intellettuali che la nostra terra aveva prodotto, poeti e scrittori che fecero di Reggio Calabria una città di cultura sotto l'insegna dei forti ruderi dell'età magno-greca. Ancora più grato verso l'amico, decise di depositare i suoi, personali, che aveva avuto con dedica autografa dal "compagno di purga" e di tantissimi altri aneddoti e burle che fecero assieme, mai mancando, però, di amore e rispetto alla loro grande, reciproca amicizia. L'universo dialettale di Nicola è il più popolare possibile, dedicato alla sua gente ed alla sua città che ama profondamente a prescindere dalle sue autorevoli e continue rampogne. IL Corso Garibaldi, il Ponte Calopinace, la villa comunale Umberto I, Piazza Camagna, il Bar Margheriti, il Bar Giorgio, La casa delle bibite Quattrone(quì si produsse la famosa "Cazzusa ca' pallina"), il mercato coperto(diventato poi scuola media Spanò Bolani) ove soleva fare acquisti di ortaggi e frutta con la sua Marietta, vecchia e fedele persona di servizio, tra i giardini pubblici e il palazzo della Croce Rossa Italiana, sono stati il suo vero e spettacolare universo, i luoghi nevralgici d'incontro con gli amici, poeti e scrittori, con i quali dialogava e con cui si progettavano e si esprimevano nuove idee politico-letterarie
Chist’è ‘u paisi undi si perdi tuttu,
aundi i fissa sunnu megghiu i tia,
‘u paisi 'i “m’incrisciu e mi ‘ndi futtu”
e tutti i cosi sunnu “fissarla”…”
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O riggitani, dopu tanti peni,
facistuvu ‘nt’on largu ‘na funtana
chi piscia propriu comu veni veni
pi tutt’a notti e ppa iurnata sana…
Il poeta finisce di vivere il 31 maggio del 1968 tributato da cittadini illustri e non, ma se ne va quasi in silenzio, senza parenti e familiari, infatti non sposato, aveva condotto la sua vita in compagnia della vecchia mamma Ippolita Catanoso, poi, rimasto solo, si era abbandonato in casa tra l'ordine-disordine delle sue cose. Quando fu svuotato l'appartamento, tutti i suoi cimeli, le sue onorificenze, i suoi scritti inediti, tantissime raccolte, furono salvati dentro contenitori o sacchi, alla rinfusa, e portati alla custodia della Biblioteca Comunale reggina, dalla persona che negli ultimi anni gli era rimasto vicino, uno della corrente di quegli ultimi poeti che scrivevano sulla scia di Nicola Giunta e Matteo Paviglianiti. Il corpo del poeta dorme il suo sonno profondo in un loculo del cimitero di Condera in Reggio Calabria ove, scaduti i termini di sepoltura, è stato premiato dal Comune reggino, su proposta di qualche benemerita associazione, con una proroga di giacenza ; se non ci fosse stata tale richiesta, sono certo, le sue ossa sarebbero state disperse nell'ossuario generale. Quì devo sbottare con una critica personale e rivolgermi a tutte le "pseudo autorità" di questa città che poco hanno fatto, poco fanno e poco faranno per il recupero della cultura reggina attraverso i suoi grandi, poeti e scrittori, ricordandoli, magari, intitolando loro qualche misera stradina o vicoletto, non si chiede molto, questo è il ritratto amaro della città che Giunta tanto amò, ma che non seppe fare altrettanto con lui. Fu un altro grande reggino, il professor Gaetano Cingari, anch'esso discepolo di Matteo Paviglianiti, a tramandare ai posteri quella poesia, recitandola a memoria in varie occasioni. Leopardi si lamentò...come grande è il mio lamento...lui con la natura, io con chi di dovere : "O natura, o natura, perché non rendi poi quel che prometti allor ? perché di tanto inganni i figli tuoi ?
Salvatore Marrari 19 maggio 2012
Riprendo a scrivere dopo qualche annetto che ho redatto questa breve, ma meritata biografia, per correggere in un punto qualche rigo dettatomi o dalla malafede o dalla insipienza (Totale mancanza d'impegno intellettuale o morale) o dall'informazione inesatta di un assessore alla cultura, parte politica di una precedente amministrazione comunale. Si tratta di questo : non è vero che l'affitto del loculo in cui giace il corpo di Nicola Giunta abbia avuto alcuna proroga da parte del nostro municipio. Personalmente, spostando i resti, a mie spese, del Poeta Matteo Paviglianiti, dal loculo originale ad un ossuario della congrega dell'Annunziata (giugno 2016), domandai agli impiegati degli uffici cimiteriali di Condera, quale fosse la condizione della tomba di Nicola Giunta. Mi fu, candidamente, riferito che agli atti risulta libera già dal 1998, praticamente dopo i trentanni previsti dalla morte; che nessuna proroga scritta è stata mai deliberata da quella Amministrazione comunale e che, grazie al loro buon senso, le ossa non sono mai state disperse. Mi è stato, ulteriormente, aggiunto che il loculo, a tutt'oggi, è libero da impegni, ma se qualcuno insistesse per averlo non è in loro potere attuare alcuna eccezione. Questo appunto è redatto oggi 29 aprile 2018 dal sottoscritto per amore di verità e non per aprire polemica alcuna.
Salvatore Marrari RC 29 aprile 2018
Riprendo a scrivere dopo qualche annetto che ho redatto questa breve, ma meritata biografia, per correggere in un punto qualche rigo dettatomi o dalla malafede o dalla insipienza (Totale mancanza d'impegno intellettuale o morale) o dall'informazione inesatta di un assessore alla cultura, parte politica di una precedente amministrazione comunale. Si tratta di questo : non è vero che l'affitto del loculo in cui giace il corpo di Nicola Giunta abbia avuto alcuna proroga da parte del nostro municipio. Personalmente, spostando i resti, a mie spese, del Poeta Matteo Paviglianiti, dal loculo originale ad un ossuario della congrega dell'Annunziata (giugno 2016), domandai agli impiegati degli uffici cimiteriali di Condera, quale fosse la condizione della tomba di Nicola Giunta. Mi fu, candidamente, riferito che agli atti risulta libera già dal 1998, praticamente dopo i trentanni previsti dalla morte; che nessuna proroga scritta è stata mai deliberata da quella Amministrazione comunale e che, grazie al loro buon senso, le ossa non sono mai state disperse. Mi è stato, ulteriormente, aggiunto che il loculo, a tutt'oggi, è libero da impegni, ma se qualcuno insistesse per averlo non è in loro potere attuare alcuna eccezione. Questo appunto è redatto oggi 29 aprile 2018 dal sottoscritto per amore di verità e non per aprire polemica alcuna.
Salvatore Marrari RC 29 aprile 2018
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